Chi arriva nella campagna ragusana per la prima volta nota subito una cosa: le linee chiare che corrono ovunque sui campi, salgono sulle colline, disegnano recinti, sentieri e confini. Sono i muretti a secco, e insieme ai carrubi sono la firma di questo paesaggio. Dalla veranda della villa, in contrada Balata, se ne vedono a decine. Vale la pena capire come sono nati, perché cambiano il modo di guardare tutto quello che vi circonda.
Pietre senza malta
Il muro a secco è una costruzione semplice solo in apparenza. Le pietre vengono scelte, sbozzate e sistemate una sull'altra senza malta né cemento, in modo che si reggano a vicenda con il proprio peso. Qui la materia prima è la pietra calcarea dell'altopiano ibleo, chiara, che il sole fa diventare quasi bianca d'estate e dorata la sera.
Questi muri sono nati da un bisogno pratico. Per rendere coltivabili terreni pieni di sassi bisognava liberarli dalle pietre, e le pietre tolte dai campi diventavano i muri che li dividevano. Così si segnavano i confini fra le proprietà, si tenevano gli animali al pascolo nei recinti giusti, si proteggevano le colture dal vento. Il risultato, costruito a mano da generazioni di contadini, è la trama fitta che ancora oggi tiene insieme la campagna.
Guardandoli con attenzione, i muretti non sono tutti uguali. Alcuni sono bassi e larghi, fatti di sassi piccoli ammucchiati con cura; altri sono più alti e regolari, con le pietre grandi alla base e quelle più piccole in cima. Lungo le strade di campagna si aprono i varchi per il passaggio dei mezzi e degli animali, e qua e là si vedono tratti crollati e poi ricostruiti, segno che la manutenzione non finisce mai.
Un muro a secco ben fatto ha anche altre qualità: lascia passare l'acqua quando piove forte, offre riparo a lucertole, insetti e piccole piante, e si ripara sostituendo solo le pietre cadute. Nel 2018 l'«Arte dei muretti a secco» è entrata nel Patrimonio culturale immateriale dell'UNESCO, riconoscendo non i muri in sé ma il sapere di chi li costruisce.
Il carrubo, l'albero degli Iblei
L'altro protagonista del paesaggio è il carrubo. Lo riconoscete facilmente: tronco robusto e contorto, chioma larga e sempreverde, di un verde scuro che resta tale anche nelle estati più secche. Spesso sta da solo in mezzo a un campo, e la sua ombra fitta era il punto dove si riposavano i contadini e dove si riparavano gli animali nelle ore calde.
I frutti sono i lunghi baccelli bruni, le carrube, che maturano d'estate. Per secoli sono stati un alimento prezioso per gli animali da lavoro e, nei periodi di carestia, anche per le persone. Oggi la carruba si usa in pasticceria e dai semi si ricava una farina impiegata come addensante naturale. La provincia di Ragusa è una delle principali zone di coltivazione del carrubo in Italia: basta guardarsi intorno per capirlo.
Accanto ai carrubi, dentro la rete dei muretti, crescono ulivi e mandorli. Qua e là si incontrano le masserie in pietra, i vecchi centri delle aziende agricole, e i pascoli della vacca Modicana, la razza locale da latte. È un paesaggio agricolo vivo, non un museo: i campi si lavorano ancora, e con il latte di queste campagne si fa il Ragusano DOP.
Balata, la contrada della pietra
Anche il nome della villa viene da qui. La casa sta in contrada Balata, che in dialetto diventa «a Valata». In siciliano la balata è la lastra di pietra, e la parola ha un'origine araba, come molte altre del lessico dell'isola. Non sappiamo con certezza perché la contrada si chiami così, ma in un luogo dove la pietra è ovunque, nei muri, nei campi, nelle case, il nome suona del tutto naturale.
E se volete vedere la pietra a secco usata in modo inatteso, andate al Castello di Donnafugata, a 3 km dalla villa: nel parco c'è un labirinto delimitato proprio da muri a secco. È lo stesso sapere dei contadini, messo al servizio di un gioco da giardino nobiliare.
Il paesaggio ibleo visto dalla veranda
Dalla villa in contrada Balata la vista corre sui muretti a secco, gli ulivi e i carrubi fino al mare nelle giornate limpide.